A volte nella vita ci sentiamo proprio come Sisifo: ci sembra di non riuscire mai a raggiungere le nostre mete, o appena le raggiungiamo vogliamo sempre di più, non ci basta mai. Oppure come Tantalo: siamo tormentati dalla fame e dalla sete di qualcosa che non possiamo toccare. E così, gran parte della nostra quotidianità passa nello struggerci per qualcosa che non abbiamo ancora, oppure che non abbiamo più.
Nella meditazione, si parla di attaccamento a dei desideri, che causa sofferenza: invece che spronarci in maniera costruttiva e positiva, questi desideri di qualcosa di piacevole ci sequestrano la mente e il cuore e ci proiettano nel passato (“Che bello se avessi ancora quell’oggetto, quella persona, quell’esperienza!”) o nel futuro (“Come sarei felice se potessi soddisfare la mia brama di quell’obiettivo di lavoro, quel
nuovo cappotto, quella vacanza”), spesso offuscando la visuale di ciò che è già qui, nel nostro presente, disponibile ai nostri sensi e alla nostra mente, talvolta molto più apprezzabile di quanto andiamo affannosamente cercando.

La mindfulness ci aiuta a “vedere chiaramente” questa trappola, perché
prima di liberarci di una trappola, come dice Gunatarama, occorre smontarla e capire com’è fatta. Per poter “vedere la trappola”, occorre prima di tutto prenderne atto: nella maggior parte dei casi, essa riguarda la nostra inclinazione a inseguire i desideri di cose piacevoli e a volerci liberare al più presto dello spiacevole della vita. Ed ecco allora che, nella meditazione, procediamo in maniera controintuitiva.
Accogliamo, in maniera aperta e ricettiva, sia gli stimoli fisici e gli stati mentali piacevoli, sia, soprattutto, gli stimoli fisici e gli stati mentali spiacevoli. E’ un allenamento del tutto “scomodo”, almeno all’inizio, ma poi ci accorgiamo che, se siamo in grado di affrontare con apertura un dolore o un’inquietudine durante gli esercizi di pratica, probabilmente potremo estendere questa abilità anche nella nostra esistenza.
Spesso, un dolore ha un nocciolo molto più piccolo e molto più mutevole rispetto al bozzolo quasi solido che gli abbiamo costruito intorno, fatto di recriminazioni, pensieri, ipotesi, costruzioni della mente.
Proprio dipanando quel bozzolo e ritornando al dolore in sé, che è lì disponibile per noi, per essere guardato, potremo iniziare ad uscire dalla trappola del pensare che tutto debba sempre andar bene, funzionare al meglio, vederci performanti, attivi, energici ed entusiasti. E proprio questo, chissà, può essere l’inizio di una liberazione…

dott.ssa Valeria Garavaglia
Istruttrice formata presso AIM (Associazione Italiana per la Mindfulness),
psicologa psicoterapeuta